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Alla ricerca dell’identità, nell’ancora “insostenibile leggerezza dell’essere”

Diritti delle donne: facciamo il punto

Gli ultimi anni di questo millennio hanno visto accentuarsi gli squilibri fra le diverse zone del mondo e determinarsi una rottura geopolitica dovuta anche alla fragilità del sistema delle relazioni fra gli stati, i popoli e le persone, con particolare riferimento ai rapporti uomo – donna.
L’affermazione del valore inalienabile dei diritti umani rimane sul piano teorico e stenta, dappertutto, a sostanziarsi nei comportamenti quotidiani, soprattutto se si considera il rapporto fra libertà individuali affermate a livello di principi e realtà delle condizioni economiche e sociali necessarie per attuarle.
Si tratta di trasformare una cultura e la cultura segue lo scandire lento dei tempi lunghi della storia. Non per questo però dobbiamo attenuare la spinta propulsiva della nostra carica ideale. Anche perché non possiamo dimenticare le continue violenze sulle donne, gli abusi nella sfera privata, le gravissime violazioni dei diritti individuali, l’assoluto non rispetto delle garanzie nelle situazioni di conflitto armato e la progressiva femminilizzazione della povertà che i dati, a livello mondiale, ci presentano.
Permangono, abbarbicate alle culture, violenze imposte da barbare consuetudini, discriminazioni religiose e sociali. Anche quando è finito il peso della legge, rimane quello della tradizione, così in numerosi paesi la condizione della donna è di totale sofferenza.
La grande finalità “tutti i diritti per tutte” è ancora lontana.

Vecchio e nuovo femminismo

Grazie al fermento della cultura femminista elaborata negli ultimi decenni,
si sta attualmente diffondendo un nuovo clima, più pragmatico e attento alle modifiche di breve periodo, che tenta però di far uscire la questione femminile dalla sua separatezza e di condurla nella dimensione più ampia del dibattito culturale.
Tutto ciò dovrebbe avvenire senza approcci di tipo ideologico, ma anche senza perdere quella carica di spinta sociale che aveva assunto qualche anno fa. La fine delle ideologie, insomma, non può significare esaurimento delle spinte ideali.
Sul piano della ricerca, poi, occorre superare una modalità di studio delle differenze imperniata sulla polarizzazione maschio/femmina, movendosi nella prospettiva di un continuum, in cui il maschile e il femminile sono soltanto due poli. In sostanza si tratta di considerare le categorie di genere allargandole e sfumandole nei contorni, senza etichettare gli individui a priori in modo definitivo. Quando si sa spingere lo sguardo oltre ogni confine, l’essere si illumina di innumerevoli colori, ma spesso si rischia di appiattirli nel grigiore di approcci miopi e qualunquisti.
Dopo queste premesse cerchiamo di fare il punto.

In teoria si è affermato il diritto alla differenza come tema fondamentale della discussione sui rapporti fra individui in molte culture, ma in realtà, anche in quelle così dette ‘avanzate’, occorre provvedere alla elaborazione di concrete proposte che diano visibilità e valore alle differenze, promuovendo continuamente la formazione di una cultura della differenza.
Spesso, con superficialità, si è caduti nell’errore di sostituire ai vecchi pregiudizi sessisti, pregiudizi di segno contrario. Mentre invece soltanto reali percorsi di libertà, sostanziati da continui confronti, possono promuovere effettivi ripensamenti del sé e del proprio modo di rapportarsi. E il problema, per la sua natura sociale, politica e antropologica, tocca trasversalmente tutti.
Altrimenti continueremo a sprecare quel grande potenziale costituito da donne che raggiungono risultati migliori negli studi, curano più degli uomini la loro cultura – usufruendo in maggior misura dei percorsi informali (teatro, biblioteche ecc.) – e non riescono a sfondare quel “tetto di cristallo” che le separa dalle carriere dirigenziali. Per promuovere la presenza femminile nei luoghi decisionali, occorre partire dall’origine e dare sempre adeguato valore e nuova visibilità ai loro saperi e alle loro competenze. Non può bastare la produzione di regole, tanto meno di ricette, occorre cominciare, per esempio, da un radicale ripensamento dei processi educativi imposti dalla scuola e dalla famiglia. Con la forza di reimpostare, da un diverso punto di partenza, inediti percorsi del pensiero e dei sentimenti nella prospettiva di una educazione per tutto l’arco della vita di segno nettamente differente, senza omologazioni, né tanto meno contrapposizioni.
Non si tratta di sostituire a sopraffazioni nuove sopraffazioni, ma di aumentare la ricchezza delle prospettive, disegnando itinerari in cui ognuno sia aiutato a crescere come espansione dell’essere, come arricchimento del sé negli altri, per una valorizzazione del sé e degli altri.

Donne di scuola/scuola di donne?

Vecchia domanda, a cui dobbiamo nuove risposte.
Fatto è che permangono nella cultura di senso comune stereotipi del maschile e del femminile presenti da tempo, a cui si aggiungono quelli di nuova fabbricazione, comunque tutti funzionali alla conservazione di un determinato ordine sociale e politico.
Basti pensare agli stereotipi relativi alla scienza, che fanno coincidere la maschilità con l’obiettività e la femminilità con la soggettività e l’intuito, che hanno permesso per anni, e permettono ancora, la femminilizzazione degli studi letterari e la maschilizzazione di facoltà come fisica e ingegneria.
Insomma, il modo di leggere e interpretare la realtà è ancora maschile, così, anche le nuove leve femminili si sono omogeneizzate al maschile.
E non è questo che volevamo.
Mancano strumenti culturali adeguati, affinché queste nuove leve siano capaci di compiere scelte di vita autonome, centrate sulla coscienza della propria individualità sessuata, tali da poter promuovere una graduale conquista di sé e un rapporto veramente significativo col sapere.
Però non bastano le denunce degli stereotipi sessisti, occorre provvedere alla elaborazione di concrete proposte che diano visibilità e valore alle differenze. Per esempio occorre caratterizzare i percorsi scolastici proprio nella prospettiva di queste differenze.
Nel “Piano nazionale per le pari opportunità nel sistema scolastico” si afferma “una visione antropologica più ricca: l’essere umano è ‘due’, maschio e femmina, fin dall’origine” . Ripercorrere e rivisitare la cultura del passato e del presente da questo punto di vista, deve essere, dunque, uno degli impegni educativi e culturali principali della scuola. A questo proposito risponde un interessante progetto, il Polite , che propone, appunto, di ripensare il linguaggio della scuola, partendo dai libri di testo, per liberarsi dagli stereotipi presenti e passati, per cogliere e valorizzare i modi peculiari in cui bambini e bambine entrano in rapporto con i diversi saperi.
Abituarli fin da piccoli a incrociare diversi sguardi sul mondo e a capire che “se il mondo è qualcosa che è stato fatto, allora può essere rifatto” e che anche le contraddizioni del presente possono essere modificate secondo una prospettiva di genere, aiuterà a scalfirne la complessità.
Anche solo informare gli studenti e le studentesse sul carattere patriarcale della cultura trasmessa, potrebbe sembrare un approccio generico, ma è già qualcosa, per esempio, per una prospettiva diversa dell’analisi storica. Il pericolo è che la cultura patriarcale, diffusa per millenni in ogni dove, trasversale a molte culture e a molti gruppi sociali, appaia come un fatto naturale e persino funzionale al graduale sviluppo della civiltà.
E’ inoltre molto diffusa, specialmente in Italia, la sensazione del ‘già detto’ e del ‘già sentito dire’ quando si parla del ruolo delle donne sempre subordinato e mai pienamente valorizzato, il tutto poi si mischia a luoghi comuni – ma cosa vogliono ancora queste donne, visto che hanno raggiunto la parità?- e a veri e propri sentimenti di invidia del maschio nei confronti della potenza del materno, che rendono le cose ancor più complesse.
E siccome non vogliamo un mondo di donne aggressive e di uomini timorosi, in cui si scambi, con grande superficialità, il desiderio di uguaglianza con un desiderio di potere e di rivalsa, auspichiamo una nuova reimpostazione degli interi processi formativi, affinché scuola e famiglia collaborino alla costruzione di individui plurali e singolari, in cui la diversità si trasformi in ricchezza per la costruzione di una nuova cultura come tensione ideale, come atto di volontà e come sfida del sogno sulla realtà.
Si tratta di scompigliare il mondo e ricostruirlo in nuove cornici di senso.
Certo non è facile, ma qual è allora il compito dell’arte e della cultura?
Non ci piacciono i modelli di donna trasmessi dai mezzi di comunicazione di massa, che hanno così larga presa sull’immaginario collettivo, maschile e femminile. Non ci piacciono né le Barbie, né le mamme melense stile “Mulino bianco”, né le bambine adultizzate, sempre vestite – o meglio svestite come ‘veline’ televisive – chiamate subito a schierarsi fra le “madonnine” o fra le “maddalene”, fra le “santarelle” e le “puttanelle”, comunque in ruoli sempre subalterni. Riteniamo che i percorsi della vera emancipazione siano diversi e si basino sulla continua ricerca di nuovi significati dell’identità in questa bella, mutevole e “insostenibile leggerezza dell’essere”.
Ci piace pensare da poeti, con quel pensiero, lieve e attivo, capace di catturare il mondo per trasformarlo con la sua eterea carica eversiva.