Ida Baccini è una figura interessante e variegata dal punto di vista umano e culturale.
Italia complessa quella giolittiana che sta avviandosi a diventare nazione moderna, con sguardo all’Europa, sta per aprirsi a un cambiamento di diritti e di doveri, l’iter della donne dalla casa sta avviandosi verso le professioni.
Urge un forte impegno nel sociale: l’emancipazione della donna impone un’ apertura a tematiche nuove.
Ida è figlia di una cultura con un modo di leggere e di interpretare la realtà molto maschile.
La cultura patriarcale appariva alla maggior parte come un fatto naturale e per di più funzionale al graduale sviluppo della società.
Ma lei assume ben presto coscienza della propria individualità sessuata, tale da poter promuovere

  • una graduale conquista di sé (lascia il marito, ha un figlio…)
  • un rapporto sempre più significativo col proprio sapere (legge e studia molto).

Ma il suo è un percorso di liberalizzazione costellato da continui confronti, che però provocano ripetuti ripensamenti del sé, delle sue scelte culturali e delle sue scelte di vita, all’insegna di una prudenza che alle future generazioni, a noi lettori di oggi,  può apparire eccessiva.
Ma era una donna divisa dal marito, con un figlio nato aldilà del matrimonio e… cosa giudicata molto grave non andava a messa.
Molta prudenza: in Cordelia, sarà costretta a molti compromessi anche ad alimentare il perbenismo delle sue lettrici.
Quindi sentiva continuamente il bisogno di affermare: la sintesi di tutti i miei affetti sono famiglia, patria e religione.
Diritto alla cultura? Sì, ma in funzione della famiglia.
Femminismo moderato? Oppure non è da usare questa parola…
Comunque la sua attività è improntata al pragmatismo e funzionale a quella società borghese di fine ‘800.
In realtà traspare dai suoi scritti laicità, pacifismo, impegno sociale e politico soprattutto nnela sua attività di giornalista.
Intesse relazioni culturali con personaggi significativi della cultura a lei contemporanea (De Gubernatis, Fucini, Fogazzaro…).
Vive da protagonista e contribuisce a una svolta epocale per le donne.
Era prioritario debellare l’analfabetismo e provvedere all’unificazione linguistica degli italiani all’insegna del fiorentino parlato colto.
Importanza di Firenze in quel periodo storico: si sta elaborando un programma di emancipazione sociale collettivo.
Ida Baccini è quindi preziosa fonte per la ricostruzione della temperie culturale del periodo.
Periodo in cui  coincidono formazione delle nuove generazioni e formazione del nuovo stato.
Produzione letteraria: spazia in molti campi, giornalismo saggistica e letteratura.
Memorie di un pulcino è indubbiamente il suo libro più famoso con 75 edizioni,  scrive addirittura il seguito, ma non appare nella mappa delle narratrici dell’800 (a cura di Francesca Sanvitale), viene posta solo fra le educatrici.
Roberta Turchi nel suo saggio parla di una narrativa di tipo pedagogico, di educazione in forma di racconto.
Flavia Bacchetti modello nuovo in cui si mette l’infanzia al centro e assume grande importanza il narrare all’infanzia.
E non bisogna dimenticare che anche l’infanzia era cambiata.
La trama è esile, ma si intravede subito un’educazione al sentimento,  i sentimenti prevalgono e già si prepara il più robusto lavoro di De Amicis.
E’ proprio il  sentimento il fil rouge.
La prima novità di Le memorie di un pulcino: come ricorda Aldo Cecconi è un pulcino della campagna toscana che parla in prima persona.
Ma un testo per l’infanzia deve soddisfare i desideri dei bambini e soprattutto i bisogni degli adulti.
Quindi funzione pedagogica del testo: addestramento alla vita e interiorizzazione dei valori.
E cosa vogliono gli adulti? Figli ubbidienti, rispettosi, etica del lavoro, solidarietà carità e presenza costante del buon Dio.
Certo, per attrarre i bambini il testo deve essere ameno, ma non frivolo:

  • Marietta pratica la carità e di fronte ai superiori sta al suo posto.
  • Si trovano indicazioni di educazione civica: ricordatevi di pagar le tasse al municipio.
  • Modelli di virtù come Lena.
  • Il pulcino è obbediente, accogliente e misericordioso e si propone come modello da seguire.
  • E’ presente un corpus di consigli di stampo conformistico, un vademecum, quasi un manuale, che lo rende quasi libro guida per l’educazione familiare.
  • E’ distante anni luce dalle fughe ribellistiche del più famoso Pinocchio.

Ida aveva bisogno della patente di scrittrice equilibrata e conservatrice, ma doveva anche accattivarsi i bambini, ecco quindi

  • la scelta stilistica: lingua vispa, paesana e di schiettissima vena, prevalenza del linguaggio del parlato non banale, toscanismi:  mi avvezzai, aveva sempre il capo al chiasso, io ne facevo le viste, la massaia tutta pace, la si figuri… gl’è un grullerello, poi troviamo un busillis, ci mancò un ètte che non mi si schiantasse il cuore…
  • L’impostazione della frase: prevalenza del discorso diretto, rispetto alle descrizioni che spesso appaiono noiose e inutili ai bambini.
  • La ricerca del ritmo: ‘ode l’annunzio della futura sua strage’.
  • L’uso di rivolgersi spesso direttamente ai bambini o bambini, per richiamare attenzione con una sorta di captatio benevolentiae.
  • Il tutto per attivare un processo di identificazione tra pulcino e bambino fra bambino e narratore.

Frequente l’uso dei proverbi. Il proverbio assume un doppio servizio: per i genitori esprime un senso morale in poche parole, per i bambini e di facile memorizzazione e ricordabilità.
Per esempio:

  • Chi cerca trova e chi domanda intenda
  • Chi non risica non rosica
  • Non è vergogna scappar quando bisogna.

Perché ha tanto successo? Si domanda AldoCecconi nel suo intervento.
Piace ai bambini: il pulcino non è un eroe, non ha doti straordinarie, è ingenuo, è curioso del mondo… ogni bambino può identificarsi in lui.
Usa il canovaccio classico della fiaba: distacco dalla famiglia,  fuga da un ambiente ideale,  scelta dell’ avventura.
Propp individua nell’allontanamento da casa, che ha sempre scopo di ricerca, la prima funzione della fiaba; l’uscita dalla famiglia d’origine rappresenta il primo misurarsi con l’autonomia e con i pericoli del mondo esterno.
Troviamo:

  • l’eroe positivo (chi narra)
  • l’eroe negativo
  • la disputa
  • la catastrofe
  • il finale positivo.

Tutte queste caratteristiche lo fanno essere un libro da leggere ad alta voce, un libro da raccontare.
In ogni processo educativo è centrale il raccontare.
Raccontare: unirsi attraverso la costruzione di un ponte, fatto di parole parlate e di parole ascoltate, che provoca comune appaesamento e complicità: si sa che si raccontano storie  e poco interessa che siano vere o no; sono vere perché raccontate in quella intima atmosfera, resa calda dai fiati delle bocche vicine, dal calore della fiducia, della cura e dell’amore.
La parola parlata aiuta ad avvicinarsi, a riscoprire il primitivo piacere del calore dei corpi vicini, favorisce alleanze e complicità fra generazioni diverse. Unisce e tiene strette persone altrimenti distanti.
La voce penetra il corpo attraverso le orecchie, così provoca risonanze nel corpo e nello spirito. Le espressioni verbali si plasmano con quelle non verbali e tutto si fonde in quel calore che rende il corpo casa. E’ il contatto corporeo ad  essere importante.
Realizza la compassione – il comune ridere, piangere e soffrire – fra due persone unite dal filo del discorso. Si crea una situazione di confidenza e di complicità, di fiducia e di lealtà.
Così il raccontare diventa una sorta di pedagogia delle emozioni che rafforza la capacità di introdursi nell’universo fantastico e facilita la costruzione di una mente aperta, non più prigioniera dei confini della realtà.
E la voce è suono e quindi forza archetipica, Ccn le parole, le pause, i silenzi, il farfugliare e lo schioccare della lingua, i brividi e i sospiri, soprattutto con la vocalità non discorsiva, si determina una configurazione mentale e affettiva, un modo di pensare simbolico.
La fluenza della voce crea un filo che unisce e avvolge chi parla con chi ascolta, nel ritmo e nell’intonazione che variano.
Siamo nel percorso formativo classico della fiaba, ma già si dispone ad essere percorso personale di formazione, tipico del romanzo moderno, innesta quindi tradizione e innovazione come osserva Franco Cambi.
L’originalità della trovata sta proprio qui: è l’autobiografia di un galletto (quello che si vorrà diventare, quello da prendersi a modello…) che descrive il suo percorso di formazione.
Promuove un mutamento nell’editoria per ragazzi.
Questa è la vera sua novità come scrittrice.
Serve ai genitori con il suo apparato di consigli impliciti ed espliciti: o sentite ragazzi, io vi raccomando di far sempre a modo dei genitori e di obbedire in tutto e per tutto, confessate, buttatevi ai loro piedi… il pentimento è presentato come gioia, perdono al posto della vendetta.
Serve al contesto culturale dell’epoca:
Il gallettino suggerisce un’etica del sacrificio e della rinuncia: non siate vani; contentatevi dello stato in cui vi ha posto il signore, e pensate che è ricco chi si appaga di ciò che possiede.
D’altra parte la cultura popolare recitava:
chi non ha quattrino un abbia voglie,
chi non può far col troppo faccia col poco.
E soprattutto:
povertà non guasta gentilezza,
superbia senza avere, mala via suol tenere..
Potremmo definire il libro come autobiografia o racconto di vita.
Il galletto saggio e brioso che è diventato, è un eroe positivo.
Si punta quindi al rispecchiamento e imitazione:

  1. appaesamento,
  2. riconoscimento,
  3. contaminazione,
  4. delineazione dell’identità.

I racconti individuali e i racconti collettivi delle comunità influenzano il formarsi delle identità personali e rafforzano il senso di appartenenza perché:

  • offrono esempi di soluzione delle difficoltà della vita,
  • arricchiscono la vita interiore,
  • aiutano a trovare il senso della propria individualità e del proprio valore,
  • nutrono l’immaginazione
  • insegnano a strutturare i sogni a occhi aperti,
  • fanno capire che la vita non è tutta rose e fiori, e che il lato oscuro esiste in ciascuno di noi.

Serve alla trasmissione degli archetipi della cultura di appartenenza, è un modo per far nascere il senso delle radici e della comunità.
E la tradizione è importante non solo perché deve essere conosciuta e conservata, ma anche perché deve essere sviluppata: qui stanno le radici di un futuro migliore.
Ma la vera novità (Cambi) è di avere innestato la tradizione con l’innovazione facendo apparire la storia di un pulcino raccontata da un galletto l’inizio del nuovo modello di romanzo di formazione.