sandra41

28 Dicembre

Tutti coloro che hanno avuto modo di scorrere almeno le ultime righe del mio “ Attraverso il Sudamerica” erano stati avvertiti che stavo programmando un nuovo viaggio per le vacanze di fine ed inizio anno. I pochi giorni a disposizione potevano consentire soltanto mete vicine e circoscritte: da qui la scelta di Siria e Giordania.
Peccato che gli abituali compagni di viaggio non fossero (per motivi diversi) in condizione di prendere in considerazione il progetto, anche perché avevano già visitato la Giordania. La ricerca di altri compagni fu, necessariamente, sollecita; in un primo tempo si sarebbe dovuti partire in sei, poi soltanto in quattro: con i miei carissimi e simpatici cugini Costanza e Sergio.
Come di consueto, anche questa volta, si prenota soltanto il volo e nel primo pomeriggio di domenica 28 si parte da Fiumicino per Damasco, via Milano – Malpensa.
L’aeroporto di Milano e la compagnia Alitalia sono la causa di un “disastroso”rinvio della partenza al giorno successivo. Già a Roma si è avvertiti delle difficili condizioni operative della Malpensa a causa di qualche centimetro di neve. L’arrivo è tuttavia puntuale, ma appena arrivati si percepisce immediatamente lo spaventoso caos nel quale si è cacciato l’aeroporto: voli rinviati, voli annullati, informazioni scarsissime e contraddittorie, migliaia di passeggeri che bivaccano qua e là, ovunque si trovi qualche metro di superficie utile. Un vero e proprio inferno. Si resta in fila per le operazioni di imbarco dalle 16.00 alle 21.00, considerandoci, malgrado tutto, fortunati perché comunque il nostro aereo (ci dicono) partirà, anche se non più alle 20.30, ma alle 0.30. Non restano che tre ore di attesa, ore che scorrono abbastanza velocemente anche per l’occasione che ci è offerta di fare le prime conoscenze con i potenziali compagni di sventura diretti a Damasco. Un quarto a mezzanotte (increduli!) si è avvertiti che il volo è sospeso. La causa? E’ stato chiuso l’aeroporto di Damasco. Sembra sia accaduto soltanto qualche rara volta e ciò ci lascia il serio dubbio che non ci abbiano raccontato la verità. Comunque sia, malgrado le nostre prime rimostranze naturalmente inconcludenti, si è condotti all’ingresso con la promessa di essere accompagnati immediatamente in un vicino hotel dove trascorrere la notte, senza fornirci alcuna notizia e assicurazione del volo dell’indomani. Inizia così un’ estenuante trafila che ci accompagnerà fino al primo pomeriggio del giorno successivo.
All’1.00 si è fatti salire su un pullman diretti a Novara, perché Novara è più vicina di Milano; a metà percorso l’autista si accorge di aver caricato clienti sbagliati, dunque si è ricondotti in aeroporto. Sulla disperazione prevale, in un primo momento, l’incredulità. Ed invece tutto quanto è assolutamente vero, così come è vero che si riparte per Novara all’ 1.40, diretti all’ hotel Italia. Su tutto prende il sopravvento la stanchezza e il sonno. Alle 2.40 avverto che si sta uscendo dall’autostrada per entrare in Novara. E’ a quel punto (anche per ravvivare un po’ lo sconforto dei più) che, nell’assoluto silenzio, mi lascio ad una forte esclamazione del tipo “…assassini, ora basta, portateci a dormire…” che raccoglie, ovviamente, il consenso di tutti, mentre sullo sfondo della strada appare, miracolosamente, l’hotel Italia.
Appena nella hall, il poveretto della reception ci avverte che con tutta probabilità non ha posto per tutti. E’ a quel punto che la ribellione, che fino a questo momento aveva contagiato soltanto alcuni di noi, esplode e coinvolge gli oltre quaranta disperati. Per fortuna c’è posto per tutti ed intorno alle 3.30 si prende posto nelle camere assegnate, senza alcuna certezza per l’indomani, se non che sarà qualcuno ad avvertirci quando è tempo di ripartire.

29 Dicembre

Alle 6.30 squilla il telefono, mi precipito nella hall dove incontro soltanto altri due o tre del gruppo; si è informati che alle 7.00 arriverà un pullman diretto all’aeroporto, ma nessuno ha notizie a proposito della nostra partenza per Damasco. Assumo la responsabilità di insistere con il giovane della reception perché solleciti tutti ad essere pronti per partire comunque sia; lo invito anche a far anticipare la colazione a prima delle sette. Così sarà fatto, anche se soltanto una ventina decidono di partire, mentre l’altra metà resta comodamente a letto.
Alle 8.30 si arriva in aeroporto, dove naturalmente c’è molta più calma e dove si incontra una responsabile della gestione aeroportuale che ci aiuta a capire. Nessuno invece si fa vivo per conto di Alitalia. Comincia una spasmodica ricerca delle probabilità, dato che oggi l’Alitalia non vola direttamente su Damasco, come invece ci avevano promesso (ingannandoci) la sera precedente. Si parte via Atene, oppure via Beirut. No, c’è posto via Istanbul, oppure via Parigi. Al fine la scelta cade su Amsterdam, quindi Damasco.
Naturalmente, con tutto questo rimbalzare di notizie e contro notizie, si riesce ad animare l’intera area Alitalia nella quale ci troviamo, animazione provocata questa mattina soprattutto da Sandra, che minaccia denuncie, richiesta di danni, ecc. ecc. Di tutto questo trambusto non potevano non accorgersene le varie televisioni ed i vari giornalisti presenti, che invitano soprattutto Sandra a raccontare l’accaduto, sia attraverso interviste rilasciate a Canale 5 ed Odeon, sia con le interviste al Corriere delle Sera, che resterà in contatto telefonico con Sandra per l’intera giornata.
Finalmente, dopo averci fatto garantire il pranzo (che consumiamo insieme a due ragazze italiane, anch’esse dirette a Damasco: Nadia di Bologna e … di Napoli, laureata in lingue orientali), a metà pomeriggio si parte per Amsterdam, quindi alle 19.30 per Damasco, dove arriviamo intorno alla mezzanotte, ovvero un giorno dopo il previsto.
Le operazioni aeroportuali si svolgono speditamente ed alle 2.00 siamo finalmente all’ hotel  Salam, raggiunto con un taxi in poco più di mezz’ora.

30 Dicembre

L’attesa di visitare Damasco, uno dei centri delle più antiche ed affascinanti civiltà di tutti i tempi, è forte. Si parte presto al mattino, malgrado le poche ore riservate al riposo e al sonno. A poche centinaia di metri dall’albergo ci si imbatte nella vecchia e storica stazione al-Hijaz, edificata agli inizi del ‘900 per collegare Damasco con Medina. Ancora oggi (dismessa dal servizio ferroviario) emana un bel fascino retrò – coloniale. Qui si ha anche il primo impatto con la invadente propaganda della famiglia Assad (il vecchio Hafez, morto nel 2000 dopo 30 anni di ininterrotto governo ed il figlio Bachar), ritratta in giganteschi manifesti appesi ovunque.
“…Non voglio entrare a Damasco perché non si può entrare due volte in paradiso…” disse a proposito Maometto.
Questione che non ci riguarda, non essendo ancora mai entrati in alcun paradiso.  Ci incamminiamo, dunque, verso i suoi folgoranti quartieri storici, dopo aver tentato di provare un tipico caffè alla turca che nessuno riesce a consumare interamente.
E’ ovviamente nella città vecchia che si concentrano i monumenti più significativi; ma soprattutto è qui che si riscontra l’atmosfera misteriosa che ci ha fatto sognare da sempre, in armonia con il fascino delle antiche viuzze, delle dimore superbe, dei giardini e dei cortili interni damasceni. Una storia lunga 6.000 anni, la più antica città sempre abitata fin dalla sua nascita.
L’accesso si ha dalla Cittadella, costruita intorno al 1200 sull’antico “ castrum ” romano, più volte manomessa e oggi interessata da un positivo intervento di restauro. Da qui si passa al noto suq  Hamidiyah, lo straordinario mercato coperto, lungo una lunga rete intrecciata di strade, dove si vende di tutto un po’, ma soprattutto tessuti, sete, broccati… e poi spezie, prodotti alimentari tipici. La città comincia ad animarsi, anche perché siamo ormai a metà mattinata. Le prime soste sono per visitare le varie Madrasa, il mausoleo di Saladino, quello di Baibars, poi di nuovo un suq, quello Bzuriyah, specializzato nella vendita di granaglie, erbe, spezie, leccornie e dolciumi vari. Poi si scorre un tratto lungo le mura storiche verso il quartiere armeno, dove si visita il Convento francescano, la Chiesa ortodossa e quella cattolica, che danno davvero la misura di quale commistione di religioni e culture abbia caratterizzato lo vita e la storia di questa città. Peraltro la Siria si presenta ancora oggi come un Paese aperto alla convivenza di più religioni. Non si respira alcun clima di imposizione e lo stesso culto della religione mussulmana è praticato in modo molto più “laico“ che altrove: sono numerosissime, per esempio, le donne che passeggiano a testa scoperta.
A un certo punto ci si imbatte in una bottega di restauro di materiali lignei, dove un giovane esperto (il padre si era specializzato in Italia presso una scuola professionale dei Salesiani), approfittando anche del suo buon italiano, ci spiega molte cose sull’arte, sulla produzione artigianale e sulle pratiche di restauro di strumenti antichi. Poi di nuovo per la città, fino alla visita della Grande Moschea degli Omayyadi.
Una delle Moschee più venerate di tutto l’ Islam, luogo di culto da almeno 3000 anni, malgrado le varie e diverse vicissitudini: incendi, terremoti, distruzione per opera di Tamerlano. E tuttavia si scoprono sublimi gli esuberanti mosaici, tanto che c’è chi vorrebbe interpretarli come rappresentanza del Paradiso. Davanti al portico si innalza la cupola del Tesoro, elegantemente costruita su colonne corinzie. Dall’immenso cortile rettangolare si passa all’altrettanto immensa sala di preghiera, dove in realtà si incontra sia chi prega, sia chi vi si reca per riposare o per giocare, come accade con tanti bambini. E’ così, perché la moschea è luogo di culto, ma anche la casa dell’uomo. Ecco perché qui l’atmosfera è davvero familiare, come delizioso luogo di incontro per lo spirito, la riflessione, il sogno e il sonno… e perché, dunque, non approfittarne un po’ anche noi? Dopo la meritata siesta, consumata di fronte al cenotafio di Giovanni Battista, con di fronte le 70 finestre colorate che illuminano la sala, si esce per tentare di visitare il Palazzo Azem, che purtroppo troviamo chiuso. Resta da visitare la zona della cosiddetta “Via Recta”, che attraversiamo per tornare verso la Cittadella. E’ un quartiere molto vivo e vivace, anche un po’ commerciale, con tante piccole botteghe, banchi affacciati sul marciapiede, ristorantini. In uno di questi si sperimentano i primi piatti siriani, che io apprezzo particolarmente, così come anche Sergio e Costanza, ma molto meno Sandra, anche perché qui è costume e usanza mangiare con le proprie mani.
E’ ormai l’ora per mettersi alla ricerca di un mezzo per la partenza dell’indomani. Si prova alla stazione degli autobus, minibus, taxi. Le condizioni praticate non ci sembrano soddisfacenti; tentiamo, dunque, di noleggiare un minibus senza autista. Si prova alla Herz, dove praticano costi fissi, tutt’altro che moderati. Si decide, allora, di tentare una trattativa per un minibus con autista, tornando alla stazione degli autobus. E qui si apre una storia simpaticissima, tutta da raccontare. Un certo sig. “Filiphe” entra subito in perfetta sintonia con me e con noi. Si mette a disposizione per trattare e risolvere al meglio le nostre esigenze: prima un taxi, poi un minibus, dunque un fuoristrada, ancora un taxi e poi di nuovo un minibus. Si passa qui non meno di un’ora, ma in un’atmosfera di grande festa, dove decine di taxisti ci sono d’intorno, anche per curiosità, per cantare, per scattare foto, per divertirsi insieme alla ricerca di una soluzione che noi vogliamo trattare, soprattutto per non perdere l’allenamento al mercanteggiare. Alla fine si concorda per un minibus da 9 posti, con autista e ad un costo onorevole per lui e comunque più economico di quello dell’Herz. Un affare, ma soprattutto un’esperienza piena di calore e di colore, di amicizia e simpatia da parte di un popolo e per un popolo che abbiamo scoperto straordinariamente ospitale fino alla commozione.
Non resta che una breve sosta in hotel, per poi concederci una cena in un buon ristorante nelle vicinanze. Il menù (ne avremo conferma in seguito) è sempre un po’ lo stesso: agnello, riso, pollo, qualche rara verdura, pomodori e soprattutto impasti a base di aglio o ceci, la famosa cecina… e per bere acqua e soltanto raramente birra. Vi incuriosisce il costo? Beh: non male, visto che in quattro si spendono 14 Euro. Il costo di tutto in Siria è davvero basso, data anche la condizione di forza dell’Euro. Dopo cena si torna a riposare nei nostri letti, pronti per l’avventura dell’indomani.

31 Dicembre

L‘appuntamento con l’autista è fissato per le 8.00, ma già diversi minuti prima, uscito dalla hall dell’ hotel, trovo il nostro amico “Filiphe”, insieme a Tarek ed Assan, ad aspettarci. Non si sa se Tarek ed Assan siano fratelli; ci accompagnerà Assan durante i prossimi quattro giorni. Assan saluta Tarek e “Filiphe” con la stessa trasportazione di chi dovesse partire per un viaggio alla fine del mondo. L’hotel non provvede alla colazione (e si sapeva), si chiede di un bar a “Filiphe”, ma sarà lui a rimediare a tutto, procurandoci di tasca propria panini ed acqua per il nostro viaggio.
Si parte alla volta di Palmira, attraversando la brutta periferia di Damasco, peraltro sporca e disordinata, diversamente dalla città vecchia. Il tempo è splendido, la temperatura è intorno ai 7-8 gradi. Il paesaggio e intercalato da deserto e montagne, reso affascinante dal colore forte del rossastro. La strada è semplicemente ottima e scarsamente transitata. Non esistono centri abitati, se non frequenti accampamenti beduini impegnati a pascolare i loro numerosi greggi. La segnaletica stradale è particolarmente complicata: il nome della stessa città puoi trovarlo scritto anche in tre o quattro modi diversi. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare non esistono sostanzialmente controlli; non si respira, insomma, nessun clima poliziesco, tanto che durante l’intero viaggio siamo stati fermati soltanto per un normale controllo da parte della vigilanza stradale.
Passano tre ore tranquille e dopo 210 km. siamo alle porte di Palmira, la regina del deserto, l’oasi più interessante e significativa di tutta la Siria. Ancora oggi ti appare superba al centro del deserto, improvvisa, con la sfilata delle sue colonne dorate che sembrano appoggiarsi al contorno di palme che ancora oggi la circondano. Palmira, la prima vera capitale del traffico e del commercio internazionale, che si era addirittura dotata di una propria borsa merci, regolata da un proprio “Tariffario”, ritrovato inciso su una lapide che adesso si trova al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Qui confluivano le carovane in transito da e per l’Asia e l’Arabia, soprattutto a seguito del declino di Petra. Roma non mancò di mettervi bocca, anche se in un primo momento lasciò Palmira in uno stato di discreta autonomia. Fu allora che l’ambiziosa Zenobia, la bellissima e leggendaria regina, tentò manovre di espansione verso l’Egitto, Antiochia, Ankara. Osò persino battere moneta. Siamo intorno al 270 d.c., a Roma domina Aureliano che non sembra gradire, tant’è che decide di ristabilire la sua autorità espugnando Palmira, ponendo fine al suo splendore e catturando Zenobia, portata a Roma avvinta in catene d’oro. Pare che Zenobia abbia trascorso il resto della vita vicino a Roma, dopo aver sposato un senatore. E Palmira, la mitica, non sarà mai più tale.
La nostra prima visita è dedicata al museo, piccolo e prezioso, ben ordinato, pochissimo visitato in questo periodo; vi si incontrano soltanto due coppie di giovani spagnoli. Ci accompagna una guida di servizio che ci illustra i particolari di questa eccellente raccolta di tesori trovati sul sito. Subito dopo ci si avvia per attraversare la grande strada delle colonne. Impressionante! Si sviluppa per quasi 3 km. ed erano 375 per lato le colonne che a suo tempo si innalzavano lungo il percorso. Oggi ne restano comunque un discreto numero. Si visita il tempio di Nebo, poi il teatro (sottoposto ad una forte opera di restauro), ancora oggi utilizzato, quindi il senato e l’agorà, poi altri tempi, il tetrapilo, il campo di Diocleziano, posto sul punto in cui si apre la valle delle Tombe. E’ un percorso maestoso, ricco di storia affascinante che ancora oggi sembra rimbalzare sul selciato di questa suggestiva strada colonnata. Alle 15.00 si parte con una guida (obbligatoria perché dispone delle chiavi) per visitare alcune Tombe (quella a torre del 1° secolo a.c., l’ipogeo dei tre fratelli, tombe scavate nel sottosuolo), infine per la collina dominata dal castello arabo di Fakhr al-Din, da dove ci si gode uno struggente tramonto sui lontani confini del deserto. Infine tocca al grandioso Tempio Baal, splendidamente conservato.
Alle 17.00, in questo periodo, si assiste al tramonto di tutto, dato che la vita notturna in Siria non offre alcuna opportunità. Noi ne approfittiamo per gli spostamenti e dunque, malgrado una giornata già molto intensa, decidiamo di avvicinarci al Krak dei cavalieri, il castello che abbiamo in programma per la mattina successiva. Oggi corre l’ultimo giorno dell’anno e non possiamo non attendere il nuovo ancora in piedi. Prima di lasciare Palmira ci concediamo un buon tè in un bar vicino al museo. Siede accanto al nostro tavolo una giovane ragazza che già avevo avuto modo di salutare, nel pomeriggio, sulle gradinate del teatro. E’ tedesca, ma parla bene l’italiano. Incuriosito, cerco di raccogliere impressioni e scopro, con profonda invidia, la sua affascinante avventura. E’ partita dalla Germania in bicicletta, si è imbarcata ad Ancona per la Grecia, ha attraversato la Turchia, è giunta in Siria ed arriverà fino al Cairo in bicicletta, quindi in aereo andrà in Iran ed ancora in bicicletta arriverà fino a Samarcanda. Nooooo! Il tempo calcolato: 1 anno! Splendido! Viaggia insieme al suo ragazzo, viaggia senza fretta, alloggiando dove si conviene e se del caso, ecco la tenda. Brava, bravissima, così si fa, anche perché così non fan tutte.
Alle 18.00 si parte; è ormai completamente buio, ci si affida al nostro Assan, si spengono le luci, si abbassano le palpebre, si rimugina, ci si assopisce, forse si dorme, senz’altro si sogna. Prima di arrivare nei pressi del Krak (dove giungiamo intorno alle 20.00) si acquistano due bottiglie di spumante, uno spagnolo ed una siriano, per brindare di li a poco. Siamo in una zona dove diffusa è la presenza di popolazione di religione cristiana; quindi si festeggia il Natale come ben si percepisce anche dagli addobbi comuni alle nostre usanze. Questa è una stagione senza tracce di turismo, pochi alberghi sono attivi e soltanto uno sembra offrire buone referenze, ma è al completo. Niente di male, si va all’ hotel Al-Riad, dove c’è soltanto il portiere, che si da un gran daffare per sistemarci (e se lo spazio non manca, manca invece il riscaldamento, affidato a qualche stufa elettrica) e con la solita gentilezza siriana ci prenota il veglione dell’ultimo dell’anno, appena qualche chilometro da qui.
Ci si prepara, ci si mette in ghingheri e subito si parte per il veglione, accompagnati, ovviamente, dal nostro fedelissimo Assan. Assan non parla una parola di inglese, con difficoltà si scopre che ha 29 anni, moglie e 4 figli. In certi momenti ho l’impressione che non sappia neppure leggere. Ma Assan è un ragazzo che se definisco squisito so che ci perde lui. E’ di più ed è di meglio. Ho un unico rammarico: quello di non aver potuto dialogare insieme. Stasera è naturalmente nostro ospite e tuttavia, con insuperabile discrezione, riesce a farci intendere che è meglio mangi pochissimo per non appesantire troppo lo stomaco. E’ timidissimo, ha sempre paura di disturbare, ringrazia in continuazione, non si era mai permesso una sigaretta durante il viaggio, fin quando non l’ho invitato io a farlo, fumandone una insieme.
Il veglione si tiene in un tipico locale siriano; una gran festa, con cena, balli e canti. Una specie di veglione delle nostre case del popolo, casereccio e dunque autentico. Si usa raramente bere bevande alcoliche nei ristoranti siriani e tuttavia non è assolutamente vietato, tant’è che noi, puntualmente a mezzanotte, si stappa una delle nostre due bottiglie e si brinda al 2.004.
Si rientra soltanto alle 2.00 del mattino, dopo una giornata che credo non sia difficile stimare come una delle più faticose dell’intero viaggio.

1 Gennaio

L’albergo, come detto, è pressoché incustodito, ma non per questo si è privati di una ricca, varia ed eccellente colazione. In parte siriana tipica, in parte pronta per tutti i gusti. Io ne approfitto per quella locale, con pane arabo, uova, cecina, salse varie: una meraviglia. Alle 9.00, saldati i 15 Euro a camera si parte, con l’indomito Assan, prima per una rapida visita al Convento di S. Giorgio, poi diretti al tanto atteso Krak. Per arrivarvi si attraversa un paesaggio di colline dolcemente verdeggianti, dove l’olivo la fa da padrone.
Lawrence d’Arabia, nel 1.908, ebbe a scommettere che si trattasse del castello più ammirabile esistente al mondo. Chissa! Ma il Castello è davvero qualcosa, sia per la sua scenografia architettonica, sia per la sua collocazione dominante sulla collina, sia infine per la simbologia ch’esso rappresenta in quanto ultima roccaforte dei crociati. L’aspetto attuale è essenzialmente dovuto ai restauri avviati nel 1.927, durante il protettorato francese. La visita si consuma in un paio di ore, sufficienti sia per un accurato esame del castello ottimamente restaurato, sia per goderci l’imparagonabile panorama che si domina dall’alto.
Nel primissimo pomeriggio si riprende per Apamea, attraverso una pianura verdissima, appena contaminata da rari agglomerati di case. Purtroppo le indicazioni segnaletiche sono assolutamente insufficienti, tanto che Assan, dispiaciuto e quasi disperato, è costretto più volte a correggersi. Apamea è davvero un’altra delle meraviglie archeologiche della Siria. Poco conosciuta, straordinariamente grande. In tutti i sensi, a partire proprio dalla sua grandiosità, con le sue mura lunghe 7 chilometri, alte oltre 8 metri, difese da ben 50 torri. E’ una città ancora molto ben conservata; la percorriamo tutta, iniziando dalla via principale (il cardo maximus), che si estende per quasi due chilometri… ed ancora il teatro, la cittadella, i vari templi. Ancora spettacolari immagini di una storia lontana che riesce però ad impressionare anche i visitatori di oggi. Riesce ad impressionare tutti, sia coloro che hanno in qualche modo a che fare con gli studi e le ricerche di quella storia, sia i visitatori mossi semplicemente dal suo fascino disinteressato.
Quando ormai è l’ora del tramonto, come regola applicata alla bisogna, noi ci si mette in moto per raggiungere, verso le 19.30, Aleppo, anch’essa una delle città più antiche del mondo ad essere stata sempre abitata. Avevo immaginato di pernottare all’ hotel Baron, dove già presero posto personaggi illustri: da Lawrence d’Arabia a De Gaulle, da Gustavo Adolfo di Svezia ad Agatha Christie, fino al nostro P. Paolo Pasolini. Non sono riuscito a capire bene perché, ma le nostre donne non apprezzarono l’ambiente e preferirono il vicino Al-Feisal. Peccato, così non potemmo goderci l’atmosfera che fu e neppure quell’ambiente “retrò-chic”, dove non di rado sembra vi si possano fare incontri particolarmente interessanti. Al-Feisal è un albergo simpatico e disponibile, anche se non posso non lamentare il fatto di aver depositato qui le mie cartoline per i saluti con la promessa che sarebbero state impostate, promessa probabilmente non mantenuta dato che non sono ancora arrivate a destinazione. La cena si consuma nel ristorante di un grande albergo, dove purtroppo non accetta di seguirci in nostro Assan. Sandra è convinta che Assan si cibi di qualcosa preparatogli dalla moglie prima della partenza. Si rientra in nottata con un taxi, che per attraversare l’intera città si accontenta del corrispondente di appena 1 Euro.

2 Gennaio

Si consuma un’abbondante colazione, così da poter saltare il pranzo. Si scende in sala e si anima la cucina, lasciando incuriositi i due giovani camerieri, ancora un po’ assonnati. L’unica coppia presente (una ragazza svedese ed un ragazzo americano) si diverte per il nostro agire movimentato. Si ordinano uova, formaggi, contorni, pane riscaldato.
Poi si parte per la visita alla Cittadella, un affascinante fortezza imprendibile, posta su una collina a forma di cono. Durante il tragitto ci si imbatte in un vecchietto che guida un calesse. Ci apostrofa malamente, scambiandoci per americani; soltanto quando scopre la nostra vera origine ci saluta entusiasta, applaude, è felice. La Cittadella divenne fortezza nel X secolo e svolse un ruolo decisivo di fronte agli attacchi del crociati. Una fortezza che riesce a sposare felicemente l’architettura militare con l’estetica. La visita ci impegna per metà mattinata, dopo di ché si scende per immergerci all’interno del più esteso ed autentico suk di tutto il Medio Oriente: vicoli per ben 8 chilometri. Oggi però è venerdì e dunque soltanto alcuni negozi sono aperti. Per fortuna, esclama Sergio, che così può riuscire a contenere gli acquisti di Costanza; io non ci provo neanche più. Si visita la Moschea (chiusa per restauro) con una mancia al guardiano, poi la più antica Madrasa, al-Muqaddamiyah, quindi altre parti della città ed altri monumenti.
Naturalmente non si può non cedere ad alcuni acquisti: collane, tovaglie, stoffe e soprattutto due bei tappeti, che Costanza acquista dopo un’estenuante trattativa. Alla fine, com’è prassi, si brinda per l’affare compiuto, con tè offerto dal negoziante.
Alle 13.30 si parte per una visita al Monastero di San Simeone, attraversando la bella ed ordinata periferia di Aleppo, ben costruita con la tipica pietra locale. Il paesaggio è collinare, sassoso, bianco e discretamente abitato. La storia di San Simeone è quella di un monaco che decise di isolarsi su questa collina; anzi, su una colonna alta 12 metri e larga appena 2. Appena arrivati, vinti da un clima particolarmente freddo, ci si raccoglie intorno alla stufa della biglietteria, dove ancora una volta ci viene offerto tè caldissimo. Un Monastero spettacolare, ancora ben saldo in molte sue parti e soprattutto ben conservato.
Sulla via del ritorno si decide una breve sosta per visitare la Chiesa di Muchabbak, anch’essa ben conservata, priva soltanto del tetto, abbandonata sulla collina agli uccelli e alle capre. Ed anche ai cani, che si avventano contro di noi. C’è una bambina che però li richiama e quindi possiamo visitare la chiesa. Prima di ripartire propongo una mancia, ma mentre ci avviciniamo, ecco che spunta da una catapecchia un’intera famiglia: mamma e cinque figli di tutte le età. Una scena commovente, indimenticabile, che ci impedisce di trattenere le lacrime. Ci invitano in casa, ci offrono il loro pane, poi il tè (che noi schizzignosi vorremmo inizialmente rifiutare), infine la mamma corre in casa e ci porta  tre cioccolatini (gli unici che possedeva, diversamente ce ne avrebbe offerti uno ciascuno). Ci abbracciano forte, forte, vogliono essere utili per noi e lo fanno con un’ospitalità e una generosità che mai mi era capitato di riscontrare. Poi ci chiedono una foto, che promettiamo di inviare, sperando di riuscirvi attraverso un amico di Aleppo.
Si rientra ad Aleppo per visitare, nella tarda serata, il quartiere armeno e cristiano, poi si capita di nuovo in un fornitissimo negozio di antiquariato. Il proprietario è particolarmente simpatico e disponibile. Ed ancora una volta, intorno ad una piacevole stufa, seduti su comode poltroncine, con un bicchiere di tè, si avviano trattative per acquisti diversi e a prezzi sinceramente convenienti. Fra le altre cose mi porto via un bellissimo narghilè, una cintura per Silvia ed altri oggetti ancora.
Per la cena si prenota dal famoso “Sissi”, situato in un’antica dimora magnificamente restaurata; si prende posto in uno dei mezzanini dai quali si gode l’affaccio sul cortile interno. I piatti sono ottimi, il servizio eccellente, tanto che passa per uno dei migliori ristoranti di tutta la Siria. Volete sapere il costo: ben 915 lire siriane, ovvero 15 Euro in tutti e quattro. E quando si sta per tornare in hotel, passando sotto le finestre del nostro antiquario, si è invitati a salire di nuovo per fare un po’ di combriccola, sempre intorno alla stufa, sempre con tè e caffè. Stasera però c’è anche un suo amico, che parla italiano perché di mestiere fa la guida e viene spesso in Italia. Si parla anche di politica, si chiedono informazioni e spiegazioni e si passa così un’oretta davvero simpatica, finché a mezzanotte si va a riposare.

3 Gennaio

Anche oggi sarà una giornata lunghissima. Un quarto alle otto siamo già sul pulmino, con prima sosta ad Ebla per visitare gli scavi, aperti dalla metà degli anni ‘ 60 per merito di una missione archeologica dell’Università di Roma. Ebla fu capitale del regno intorno al 2.000 a.c.. Si visitano gli scavi ( il Palazzo dei Principi, il Tempio di Shamash, l’acropoli), poi si riprende diretti a Serjilla, una delle città meglio conservate fra le città cosiddette morte. E’ un’impresa raggiungerla, data l’assenza totale di segnaletica e le pessime informazioni raccolte lungo la strada. Ma quando si arriva si è straordinariamente ripagati. E’ ancora completa di tutti i suoi monumenti; spiccano fra questi le magnifiche terme, poi la chiesa, l’androne, la necropoli.
Nel primissimo pomeriggio si riprende per Damasco e durante il viaggio si ripassa la lezione delle nostre reminiscenze storiche: fare i conti con la storia del mondo antico rappresenta il vero “divertimento” di un viaggio in Siria. Si arriva intorno alle 16.00 e subito ci si mette alla ricerca di un mezzo per raggiungere, in serata, Amman. Il nostro Assan è commosso e raggiunge quasi le lacrime nell’accettare una piccola mancia. Ci abbraccia e ci rimette nelle mani dell’amico “Filiphe”, che ancora una volta, nella bolgia infernale della stazione autobus, riesce a risolvere il nostro problema in meno di un’ora, affidandoci ad un taxista giordano, che per 35 Euro ci porta nel centro di Amman.
Il viaggio, lungo 190 km., scorre agevolmente, come le operazioni doganali che ci impegnano per non più di un’ora, compreso il rilascio del visto giordano. Alle 20.00 siamo all’ hotel Canary, con ancora l’incertezza per il mezzo con il quale partire, la mattina successiva, alla volta di Petra. Dopo le trattative consumate durante il viaggio con il nostro autista (che consulta alcuni suoi amici e colleghi), appena nella hall del Canary, ci si imbatte in un affabile taxista: Jamil, che ci accompagnerà per i prossimi tre giorni. Stanchissimi, si sceglie saggiamente di cenare in hotel, dove ci preparano una cena squisita, servita meticolosamente, anche perché siamo (come spesso accade) gli unici clienti.

4 Gennaio

Si lasciano i bagagli in deposito perché qui torneremo fra due giorni. La sveglia è per le 6.30 ed alle 7.00 si parte, con Jamil che ci spiega Amman durante il percorso di uscita dalla città. Jamil è un palestinese, uno che fa parte dei tre quarti che vivono in Giordania. E’ un personaggio meraviglioso: colto, informatissimo, disponibile in ogni particolare, onesto fino all’inverosimile. Si pensi che ci ha addirittura restituito la mancia ricevuta come ricompensa dai negozi dove ci si era fermati ad acquistare qualcosa. Un galantuomo! Parla volentieri con noi e non trova difficoltà a trattare qualsiasi argomento. Una guida impagabile.
Alle 8.00 siamo già sul Monte Nebo. E’ qui dove pare sia morto Mosè ed è in suo onore che fu costruita una piccola basilica della quale restano soltanto poche rovine. Si visitano gli scavi, il prezioso pavimento a mosaico, ci si affaccia sul Mar Morto ed in lontananza si scorge Gerusalemme. Poi si scende verso il mare attraverso la cosiddetta via del Papa, proprio perché inaugurata pochi anni fa in occasione della sua visita al Monte. La visita al Mar Morto è deludente; può darsi che sia più attraente in altre stagioni, ma ne dubito. Tutta la zona è particolarmente presidiata dalle forze dell’ordine e non mancano controlli; non si dimentichi che siamo ad appena due chilometri dal confine con Israele.
Il paesaggio è di un terreno super arido, non piove mai. Vi abitano soltanto beduini con i loro greggi di pecore e cammelli. Si riparte quasi subito per giungere, nel primo pomeriggio, nello spettacolare Wadi Rum, attraversando una strada trafficatissima, perché di raccordo fra il porto di Aqaba (sul Mar Rosso) e Bagdad.
La Wadi (che significa valle) Rum rappresenta una delle mete più ambite, perché ci introduce all’interno di un deserto composto da larghe vallate di sabbia, colorite da colori fra il giallo ed il rosso vermiglio, insieme a picchi di colline e montagne, anch’esse fortemente colorate. Uno scenario composto da rocce sublimi, calate e colate nel rosso del deserto, rocce dalle pareti elaborate con intrecci di trine e ricami variopinti, con al centro colonne scolpite con raffinata eleganza. Si noleggia un fuoristrada con il quale si attraversano canyon stretti ed anfratti, anch’essi coloriti da ingenui graffiti. Poi si giunge al punto di osservazione intitolato a Thomas Edward Lawrence ed è qui che alle 16.49, quando il sole va verso la fine, ci godiamo un indimenticabile tramonto mozzafiato. Dunque si rientra a Rum, un piccolo villaggio composto da tende e qualche insignificante costruzione di cemento, dove si raccolgono famiglie di beduini, “ …figli del deserto e fratelli del vento…”.
Alle 18.00 si riprende in direzione della mitica Petra, dove si arriva alle 20.00; si dorme e si cena al Sunset hotel, proprio di fronte all’ingresso della vecchia città. Ancora un altro albergo pressoché vuoto, se non fosse per la presenza di due coppie di turisti italiani.
La crisi del turismo in Giordania (e dunque particolarmente a Petra) è devastante per l’intera economia del Paese, che negli anni trascorsi ricavava dal turismo non pochi vantaggi economici. Si pensi che Petra aveva raggiunto presenze giornaliere pari anche a 5-6.000 unità, mentre oggi se ne contano non più di 3- 400.

5 Gennaio

Quasi come eccitati, alle 9.00 si accede a quella che viene riconosciuta come la “meraviglia del Medioriente”: Petra, la città rosa, la capitale dei Nabatei, un popolo di nomadi che risale al IV° secolo a.c.. La loro fortuna si deve ancora una volta al commercio (Petra ebbe il monopolio delle spezie, grande emporio del mondo antico), così come ancora una volta il loro tramonto si deve alla furia dei romani che, vista l’incapacità di sottometterlo militarmente, decidono di annientarlo dirottando verso Palmira i traffici commerciali. Appena ci si incammina per la porta d’ingresso, il Siq el Barid ( lo stretto da dove passa soltanto un cammello alla volta), si ha subito la percezione di una straordinaria meraviglia, con le sue lunghe gole, i suoi strapiombi, i suoi belvedere. E poi da qui, all’improvviso, la valle si apre in un’ampia conca in cui è Petra.
E’ una magica giornata di sole, i turisti sono limitati a qualche gruppo, la città si offre nel migliore dei modi. La prima sosta è dedicata alla visita della necropoli di Gaia poi, camminando stretti lungo un impressionante canyon (dove ancora è evidente lo straordinario sistema idraulico con canali e cisterne scavate nei posti più impensati), si scopre il monumento più bello e più celebre di Petra: il Khaznah, che tradotto significa tesoro. Un monumento-tomba scavato interamente nella roccia per un re nabateo, con una preziosa facciata dal rosa lucente, specialmente quando al mattino è illuminata dal sole. Poco più avanti si visita il teatro, anch’esso scavato nella roccia, con l’enorme capienza di ben 3.000 posti. Proseguiamo e sulla nostra destra appare l’enorme parete del complesso delle tombe reali: la corinzia, la silk tomb, la tomba dell’urna, quella del palazzo e quella di Sextus Florentinus. Noi proseguiamo per un certo tratto verso la collina, per poi tornare all’interno della città romana. Non resta molto, ma l’impianto è ancora ben percepibile, insieme a resti di colonne, la via centrale sulla quale si aprivano tre grandi mercati, il tempio sud, dove si visitano gli scavi in corso, quindi si giunge ad un piccolo museo dove sono raccolti oggetti rinvenuti sul sito. Qui ci serve del tè un anziano signore, al quale si chiedono notizie di un certo Mofleh, che la guida ci dice essere l’unico abitante di Petra a non aver accettato di abbandonare la città. Curiosità soddisfatta, Mofleh è di fronte a noi, che poi ci guida verso la sua ordinatissima casetta trogloditica, con un piccolo giardino dove cura piante e fiori. E dove anche “commercia” qualche piccolo oggetto. Costanza acquista un paio di belle monete. Poi si parte per l’impresa più ardua: la visita al Monastero, attraverso un irto percorso, composto da sentieri e ripide scalinate, dove si arrampicano perfino irriducibili somari, che puoi facilmente noleggiare. Non è il caso nostro, ovviamente, che in appena un’ora si raggiunge la sommità della collina. C’è chi è pronto a sostenere che si tratti della zona più accattivante di Petra, per il Monastero (un tempio massiccio, compatto, scavato nella roccia), ma anche per gli scorci, per l’orizzonte più largo, per l’insieme di quelle scenografie che si intercalano sullo sfondo del nostro orizzonte. Il tramonto ci coglie mentre stiamo tornando verso valle e così, dopo otto lunghe ore, si conclude l’immersione all’interno delle cavità di Petra, protetta da bastioni di roccia.
Si torna in hotel, dove Jamil ci attende per riprendere il corso verso Amman: tre ore di viaggio, poi siamo di nuovo al Canary, dove di nuovo ci preparano la cena e dove soprattutto ci attendono comodi letti per il nostro riposo.

6 Gennaio

Rispetto sacralmente ogni e qualsiasi vocazione religiosa (ci mancherebbe!), ma sul muezzin che alle 5.00, poi alle 5.30 ed ancora alle 6.00 amplifica i suoi richiami dall’alto del minareto della moschea, a pochi passi dall’ hotel, confesso le mie riserve. E’ vero che dobbiamo partire molto presto, ma così!
Dopo colazione si dedica un po’ di tempo alla visita di Amman, soprattutto al teatro romano (impeccabile nella sua integrità) e alla nuova moschea che, invece, non ci sembra granché. Alle 10.00 si parte per tornare verso Damasco, con sosta però in un’altra delle meraviglie: Jarash. Una città dove ancora sono molti i motivi di spiccato interesse; si entra attraverso l’arco di trionfo, poi si oltrepassa l’ippodromo per giungere al foro, che si offre nel suo ampio spazio, si visita il teatro nord, piccolo ma assai suggestivo, quindi la cattedrale, il teatro sud, il tempio di Zeus. Il tempo necessario da dedicarvi dovrebbe essere molto di più, ma per noi ha purtroppo la precedenza l’orario della partenza dell’aereo. A mezzogiorno, dunque, si riparte, dopo aver salutato qui il nostro fido Jamil, giacché il suo taxi non è fra quelli abilitati ad attraversare la frontiere. Ci accompagna un suo collega che, nel pieno rispetto dell’orario, prima delle 15.00 è in aeroporto.
Si fanno gli ultimi acquisti, i soliti come in tutti gli aeroporti, finché Sandra scopre dei tipici dolci siriani. Le residue lire siriane non coprono l’intera spesa, quindi si sta per rinunciare, quando un generosissimo signore (siriano) si dichiarerebbe offeso se non accettassimo che fosse lui a coprire la differenza della spesa. Come potrei, dunque, non dire che straordinariamente bene di questo ospitalissimo popolo? Si parte alle 17.00, dopo esserci ricongiunti con quella Nadia di Bologna con la quale avevamo familiarizzato durante la complicata partenza. Si parte per Roma, via Milano. L’arrivo è per le 22.00, poi il rientro a Poggibonsi, dove Silvia, malgrado sia notte fonda, si rende disponibile per condurci di nuovo a casa…  E strada facendo ci aggiorna sulle novità accadute durante la nostra giustificata assenza.